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UN’ULTIMA CHANCE

Titolo provocatorio? E’ davvero così? E’ veramente questa l’ultima chance per salvaguardare il futuro?

In questi giorni non si è parlato d’altro e a quanto sembra dalle reazioni dei partecipanti è proprio così; un’ultima chance e nemmeno poi così risolutiva e soddisfacente.

Vi viene in mente qualcosa? Mi sto riferendo alla COP26 la conferenza per il clima che, a seguito del G20 tenutosi a Roma il 30 e il 31 Ottobre mentre noi comuni mortali eravamo intenti a goderci il nostro uggioso ponte di Ognissanti, aveva l’obiettivo di raggiungere un accordo sulle strategie da adottare per riuscire a contrastare gli effetti del cambiamento climatico. 

Ma a quanto pare questo argomento sembra non essere caro a tutti allo stesso modo e purtroppo alcuni fra i Big della Terra hanno ancora la tendenza a prendere il tutto molto alla leggera.

Ad ogni modo, prima di qualsiasi altra cosa, sintetizziamo i punti principali degli eventi di queste settimane.

Come anticipato c’è stato un avvenimento antecedente alla COP26, altrettanto importante, ovvero il G20. 

Il vertice G20 si è tenuto a Roma presso la Nuvola di Fuksas all’Eur e, per la prima volta dal 1999, si è svolto in Italia sotto la scrupolosa guida del nostro Presidente del Consiglio Mario Draghi.

I temi di discussione sono stati principalmente tre, chiamati anche le 3P:

  • Persone: emergenza Covid – 19, in particolare la questione dei vaccini nel mondo.
  • Pianeta: la crisi climatica.
  • Prosperità: la ripresa globale post pandemia.

Tutte questioni di un’importanza più che rilevante, ma come immaginerete in questo articolo ci concentreremo maggiormente su uno dei tre punti sopracitati: la crisi climatica; tema di fuoco che ha fatto discutere e che ha attirato inevitabilmente grande attenzione su di sé. Purtroppo però il G20 climate changes si è concluso con un deludente e limitato accordo e dopo un lungo dibattito si è raggiunta una sorta di quadra:

  • contenere l’aumento della temperatura entro i 1,5°C 
  • stanziare un fondo da 100 miliardi per i paesi più fragili.
  • raggiungimento della neutralità climatica globale entro la metà del secolo e non entro 2050 (come invece era stato specificato nel Green Deal Europeo), in quanto la Cina ha insistito per spostare il termine della scadenza al 2060.

In conclusione i Big dei principali paesi hanno ribadito di voler rispettare l’Accordo di Parigi, accordi presi nel 2015, ma senza scadenze più stringenti. 

Tenete bene a mente i punti sopraelencati perché sono stati proprio questi gli argomenti scottanti e discussi durante la COP26.

Ma prima di affrontare la COP26 è necessario fare un passo indietro per comprendere cosa è accaduto durante la conferenza di Glasgow. Per questo vi propongo un piccolo flashback: Parigi, 2015, durante la COP21 i governi partecipanti hanno concordato:

  • mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre industriali, come obiettivo a lungo termine.
  • puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa e notevole i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici.
  • fare in modo che le emissioni raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo.
  • conseguire successivamente rapide riduzioni secondo le migliori conoscenze scientifiche disponibili in modo da raggiungere un equilibrio tra emissioni e assorbimenti nella seconda metà del secolo.

L’Accordo di Parigi è stato un ponte fra le politiche odierne e la neutralità rispetto al clima entro la fine del secolo. E’ stato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sui cambiamenti climatici; l’UE e i suoi stati membri sono tra le 190 parti partecipanti e l’Unione Europea ha ratificato formalmente gli accordi il 5 ottobre 2016, permettendo così il 4 novembre 2016 l’entrata in vigore a livello globale.

Tenendo conto di questo, passiamo ora all’argomento principale: la COP26.

Che cos’è? E perché è stato un evento così importante?

Per quasi tre decenni le Nazioni Unite hanno riunito quasi tutti i paesi della terra per i vertici globali sul clima, chiamati COP che è acronimo di Conference Of Parties, ovvero la conferenza delle Parti sul clima che riunisce tutti i leader mondiali, gli attivisti e i maggiori esponenti esperti di tematiche ambientali all’interno della comunità scientifica. 

La conferenza di quest’anno è stata così importante perché sarebbe dovuta essere determinante per il futuro del pianeta e rappresenta appunto di fatto l’ultima possibilità, l’ultima chance per l’umanità di agire prima che sia troppo tardi.

Ma questo concetto, come anticipato purtroppo non è ben chiaro a tutti. Infatti dopo ben due settimane di incontri, discussioni, eventi, interventi e così via, le conclusioni raggiunte, devo affermarlo a malincuore, non sono delle più soddisfacenti.

Facciamo insieme un piccolo bilancio punto per punto.  Propongo di cominciare prima con cosa è andato storto, di modo da poterci in qualche modo allietare sul finale di alcuni dei traguardi raggiunti.

Quindi, Cosa è andato storto?

  1. Carbone: in una prima bozza del documento della COP26 sembrava che l’accordo avrebbe invitato le parti ad “eliminare gradualmente l’uso del carbone e i finanziamenti per i combustibili fossili”. Ad oggi, a conferenza conclusa e ad accordi firmati, l’affermazione è cambiata e gli impegni presi sono stati notevolmente ridimensionati perché si specifica che la promessa è quella di ridurre “phase down” l’utilizzo del carbone e non più di eliminarlo “phase out”. Questi cambiamenti dell’ultimo momento sono stati effettuati in quanto l’India, con il supporto della Cina, ha chiesto e ottenuto appunto che la parola “eliminazione” venisse sostituita con “progressiva riduzione” e ovviamente così è stato. Decisioni che hanno scatenato la furibonda opposizione e disapprovazione dell’Unione Europea, della Svizzera e degli Stati insulari, ma senza ottenere differenti risultati.
  2. Mobilitazione dei fondi per Paesi più vulnerabili: nel lontano 2009, durante la conferenza per il Clima tenutasi a Copenaghen, i Paesi del Nord del Mondo avevano promesso di aumentare i loro impegni per gli stati più vulnerabili per fare in modo di riuscire a mobilitare una quota di 100 miliardi di dollari a partire dal 2020; ma purtroppo la quota non è stata raggiunta e di fatto la promessa non è stata mantenuta.
  3. Meccanismo Loss and Damage: è uno strumento, mai realmente decollato, che si può tradurre come “perdite e danni” climatici e in teoria dovrebbe servire per rimediare ai crescenti costi umani ed economici che derivano dal cambiamento climatico. A livello internazionale il concetto risale al già dal 1991, fa parte del lessico diplomatico e dell’agenda Onu dal 2010, ma nonostante tutto non ha ancora trovato reale applicazione. Durante quest’ultima COP è tornato in voga, rientrando in agenda, ma non sono stati previsti fondi e di nuovo la decisione è stata rimandata alla COP27 (sarà vero?).

Questi sono i punti dell’accordo su cui purtroppo non si è raggiunta una conclusione positiva. Passiamo ora alle buone notizie, cercando di non vedere necessariamente tutto nero. 

Che cosa ha funzionato?

  1. Mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi dai livelli pre-industriali: l’accordo promette che l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature globali medie rimanga raggiungibile; come? E’ stato imposto agli Stati la consegna dei documenti NDC (Nationally Determined Contributions) per la neutralità carbonica, cioè gli impegni presi dai singoli paesi per arrivare alla condizione in cui si emettono tanti gas serra quanti se ne rimuovono dall’atmosfera, ogni anno. Perciò tutti i paesi partecipanti si sono impegnati a rafforzare i propri obiettivi di riduzione delle emissioni da qui al 2030 e a rivederli ogni anno, anziché ogni cinque anni, cosa che li rendeva rapidamente obsoleti. In questo modo è possibile tenere vivo l’impegno per impedire l’aumento delle temperature sotto 1,5 °C,  ovvero l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi e la soglia oltre la quale le conseguenze del riscaldamento globale avrebbero effetti gravemente dannosi, se non devastanti, per l’umanità. Sarà abbastanza? Concretamente sembra ancora un obiettivo molto distante, ma perlomeno è un inizio.
  2. ART. 6, Mercati del Carbonio: sono stati finalmente approvati i punti in sospeso che avevano impedito ai tempi la completa attuazione dell’Accordo di Parigi sui mercati di Carbonio.
  3. Taglio delle emissioni entro il 2030: è previsto entro il 2030 un taglio del 45% delle emissioni di anidride carbonica ed inoltre sono stati presi in considerazione per la prima volta anche altri gas climalteranti come il metano, le cui emissioni verranno ridotte del 30% entro il 2030.
  4. Accordo contro la deforestazione: firmato dai leader di più di 100 paesi che promettono di fermarla entro il 2030.

Queste sono le poche, ma possiamo dire per ora buone, conclusioni con esito quantomeno positivo prese durante la COP26.

Non si è però accennato ad interventi per limitare l’estrazione di petrolio e degli altri idrocarburi e purtroppo la teoria a riguardo è che molti paesi, le superpotenze soprattutto, hanno smesso di crescere e sono entrati in una nuova fase, diversamente ambiziosa, se così possiamo definirla. 

Un esempio lampante di questa mentalità, è la Cina che non vuole essere più l’industria manifatturiera del pianeta, ma vuole diventare la fabbrica del mondo per innovazione tecnologica; non a caso è il principale produttore mondiale di materiali per la Green Economy come pannelli fotovoltaici, turbine eoliche e batterie elettriche ed inoltre gestisce circa il 93% del fabbisogno internazionale di terre rare (elementi chimici che vengono utilizzati principalmente per magneti, superconduttori, componenti per veicoli ibridi ecc.).

Ma per raggiungere i suoi obiettivi economici, la Cina così come le altre potenze economiche che si sono prefissati obiettivi così ambiziosi, hanno bisogno di energia, energia che però viene sprecata per questa tipologia di scopi, per l’estrazione appunto del petrolio, degli idrocarburi e delle terre rare annullando così ogni politica, prospettiva o anche solo lontana visione di raggiungere l’idea di economia circolare.

Probabilmente è proprio per questo motivo che queste superpotenze ostacolano le politiche di abbattimento delle emissioni, proprio perché porterebbero ad una riduzione della quantità di energia che queste macchine necessitano e di fatto anche alla riduzione della produzione di questi prodotti. 

Il fatto è che ragionando in quest’ottica, pensando esclusivamente (ed egoisticamente?) alla propria crescita economica senza tenere conto del rischio più grande, molto più grande, a cui in realtà si sta andando incontro non si fa altro che boicottare la transizione verso un’energia pulita.

La vera domanda è, ne vale davvero la pena? Personalmente non credo proprio.